Dormo.
Non perché ho sonno.
Non perché sono stanca fisicamente.
Dormo perché è l’unico posto dove nessuno può raggiungermi.
Sono incazzata? Dormo.
Sono triste? Dormo.
Sono delusa? Dormo.
Sono ferita? Dormo.
È la mia anestesia.
Avevo paura del crollo del tempo.
Di quel momento in cui tutto quello che hai retto per mesi decide di presentarsi insieme.
E ora è qui.
Non fa rumore.
Non è teatrale.
È silenzioso.
E per questo ancora più pericoloso.
La cosa che fa più male è la lucidità.
Io non cerco nessuno, questa volta.
Non mando messaggi.
Non spiego.
Non mi giustifico.
Non chiedo di essere capita.
Perché ho già visto come va a finire.
Un mese fa stavo gocciolando sangue.
E non è una metafora.
Ero vulnerabile, aperta, fragile.
Ho chiesto aiuto.
Mi hanno allontanata.
Non solo lasciata sola.
Allontanata.
E adesso hanno pure il coraggio di parlare.
Di costruire una narrazione dove io sono la cattiva.
La problematica.
La distruttiva.
È quasi affascinante la facilità con cui le persone trasformano la propria assenza in colpa tua.
Non risponderò.
Non perché non potrei smontare tutto pezzo per pezzo.
Non perché non avrei argomenti.
Ma perché non ne vale il mio sistema nervoso.
Sto imparando una cosa crudele:
quando sei nel punto più basso, vedi davvero chi resta.
E spesso non resta nessuno.
Va bene.
Non ho bisogno di nessuno.
Non lo dico con arroganza.
Lo dico con una calma che fa più paura della rabbia.
Mi rialzerò.
Non con eleganza.
Non con grazia.
Ma con ostinazione.
Resterò.
Perché l’ho promesso a lui.
E io le promesse a mio figlio non le tradisco.
A nessun costo.
Se devo essere sola, sarò sola.
Se devo ricostruire da zero, lo farò.
Se devo ingoiare la rabbia e trasformarla in resistenza, lo farò.
Non esploderò.
Diventerò silenziosa.
Solida.
Impenetrabile.
E chi oggi parla, un giorno si accorgerà che non c’è più spazio per rientrare.
Io resto.
Non per loro.
Per lui.
E per me.